Pagine

lunedì 18 dicembre 2017

Tempo e memoria tra cinema e fotografia. "La jetée" di Chris Marker




Si sa che il cinema è figlio diretto della fotografia. La pellicola di un film, infatti, è costituita da una successione di fotogrammi, riprodotti ad una velocità sufficientemente alta (24 fotogrammi o più al secondo) da fornire all'occhio umano l'illusione del movimento.
Il cinema è perciò caratterizzato da un qualcosa che la fotografia, in quanto immagine fissa, non avrà mai: la durata. Bazin affermava che il tempo in una fotografia è congelato, anzi “mummificato”, mentre il cinema, al contrario, è tempo allo stato puro in quanto, per breve che sia l’inquadratura, essa avrà sempre una durata. La fotografia immobilizza il tempo, mentre il cinema inserisce il singolo fotogramma in un flusso temporale.

domenica 17 dicembre 2017

LO SPECCHIO NELL’ARTE – TRA VANITAS E PRUDENTIA


Pochi oggetti racchiudono una così grande moltitudine di significati simbolici come lo specchio. Nel corso della storia esso è stato rappresentato come allegoria della vanità e della superbia; come simbolo di prudenza e di conoscenza oppure di inganno; come il luogo in cui si forma l’io e la coscienza di sé e contemporaneamente avviene lo sdoppiamento tra il soggetto reale e la sua immagine ideale o il suo doppio diabolico; come una porta di passaggio tra il mondo della realtà e un mondo immaginario.
L’utilizzo dello specchio nelle arti visive ha permesso la contrapposizione tra l’occhio e lo sguardo, tra il vedere e il comprendere, tra l’esteriorità e l’interiorità. Esso inoltre ha consentito di dilatare lo spazio svelando ciò che non si vede e non è presente nel campo figurativo rappresentato, ma diventa visibile allo spettatore solo tramite il riflesso dello specchio.

Donne allo specchio

Christoffer Wilhelm Eckersberg, Woman standing in front of a mirror, 1841.

Il rapporto della donna con lo specchio si perde nella notte dei tempi. Forse non tutti sanno che il simbolo del femminile, cioè ♀, è la rappresentazione stilizzata della mano della dea Venere che sorregge uno specchio (mentre quello maschile, convenzionalmente rappresentato con il simbolo ♂, è la raffigurazione stilizzata dello scudo e della lancia del dio Marte).
I dipinti raffiguranti donne davanti a uno specchio sono tantissime, decine e decine. Abbracciano le epoche e gli stili più vari, e dunque veicolano anche messaggi estetici, culturali e sociali diversi.
Molti di essi sono dotati di indubbio fascino, ma di certo l'ingente mole di queste rappresentazioni, soprattutto a partire dall'Ottocento, fa nascere la domanda sul perché questo soggetto sia stato per secoli e continua ad essere così tanto raffigurato. Nelle epoche passate la significazione allegorica legata allo specchio era senza dubbio prevalente. Dalla fine del Settecento in poi, però, assistiamo a un cambiamento radicale. Nel frattempo molte cose sono mutate. E' l'epoca dell'ascesa della classe borghese, che rivendica l'importanza di una dimensione privata distinta da quella pubblica dell'esistenza, e la centralità fisica e morale dell' individualità. La casa borghese, in quanto "regno" della sfera privata, acquista un valore quasi sacro di regno inviolabile della famiglia e dell'individuo. Per quanto riguarda gli oggetti di uso quotidiano, inoltre, i progressi della tecnologia hanno mutato radicalmente l'aspetto delle case borghesi. Lo specchio, in particolare, prodotto su più larga scala, è diventato un oggetto accessibile a una parte più ampia della popolazione, grazie al prezzo più contenuto rispetto al passato. Nell'Ottocento si diffonde in quasi tutte le case, per cui il guardarsi allo specchio diventa un gesto usuale, quotidiano, espressione di quella intimità privata che avviene dentro l'ambiente domestico.
Ma cosa vediamo realmente davanti a queste opere di donne allo specchio? Potremmo dire che ciò a cui assistiamo spesso in questo tipo di rappresentazioni è solo l'atmosfera raccolta e appartata di una donna sola con se stessa, nell'atto di riappropriarsi della propria intimità, strappandola allo sguardo indiscreto del mondo, nello stesso momento in cui a quello sguardo viene esposta impudicamente. Infatti, di contro, possiamo anche obiettare che ciò che si vede è il processo di trasformazione della donna in immagine, "perseguitata" fin nella sua più profonda intimità ed esposta al voyeurismo maschile e contemporaneamente alla sua pruderie. E probabilmente questi due aspetti sono entrambi inscindibili da ogni discorso sull'argomento.

Tra tutti i dipinti di cui si diceva, ho scelto questa Donna allo specchio del pittore danese Christofffer Wilhekm Eckersberg, oggi conservato alla Hirschprung Collection di Copenhagen.
La filosofia estetica di Eckersberg tendeva ad unire la classicità con l'attenzione alla realtà e alla natura, principio a cui si attiene in tutti i suoi dipinti, compreso questo, nel quale il nudo di donna esce fuori dal mondo sublime e lontano delle pitture storico-mitologiche e assume atteggiamenti più reali e quotidiani. In questa rappresentazione non c'è nessuna traccia di affettazione, nessun mascheramento nei personaggi dei miti e delle leggende della classicità o dell'iconografia religiosa. C'è solo una giovane donna, intenta ad acconciarsi i capelli alla moda del tempo, colta in un momento di intimità, ignara di essere vista, quasi spiata di nascosto, sorpresa in un momento di quotidiana vita domestica, nella stanza di una casa borghese. Nonostante impegnata in un atto del tutto ordinario, la figura rivela una grazia straordinaria, accentuata dalla posizione del braccio destro che nasconde la parte inferiore del suo viso. Questo non toglie nulla alla sua bellezza, anzi l'accresce, isolando ed enfatizzando la dolcezza degli occhi. La luce fredda del nord fa il resto, donando al quadro quella luminosità che contribuisce al suo tono di composta sobrietà. Come si è lontani da certe rappresentazioni di nudo ostentato e frivolo. In questa serena e silenziosa intimità domestica sta tutto il fascino del dipinto, capace di restituire, libera da ogni sovrastruttura, un’immagine femminile di pura e nuda bellezza.

A questi link si possono ammirare decine di rappresentazioni di donne allo specchio. Il secondo rimanda al primo di sei video, riguardanti questo tema

https://bjws.blogspot.it/2011/02/preparing-to-meet-morning-at-mirror.html


Lo scudo di Perseo

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Scudo con testa di Medusa,1597 circa, Galleria degli Uffizi di Firenze.

Nei tanti post dedicati allo specchio abbiamo visto i vari significati estetici o metaforici che quet'oggetto assume in varie espressioni d'arte. Lungo i secoli, allo specchio è stato attribuito il significato allegorico della Vanitas, della Prudentia, della Verità; poi abbiamo visto specchi che riflettono, che duplicano, che deformano, che sconfinano, che mentono, che predicono il futuro, che rimangono muti. Specchi davanti ai quali ci interroghiamo sul senso della vita e su chi siamo. Di sicuro ci è rimasta l'impressione di un oggetto ambiguo ed enigmatico.
La nostra cultura è sovraffollata di specchi, perché viviamo nell'epoca del narcisismo. Camminiamo in città che riflettono o catturano continuamente la nostra immagine, per non parlare della nuova moda dei selfie, senza dubbio anch'essi una forma di specchiamento.
Il rischio che si corre è che nello specchio non vediamo più noi stessi, ma il modello vincente a cui tendiamo a somigliare. Il nostro io è sempre più fuori di noi e il rapporto con noi stessi è sempre più problematico. Ma lasciamo questi temi agli esperti.
Da parte mia desidero parlarvi del mio specchio preferito, o meglio della sua metafora.
Nel mito di Perseo, l'eroe raggiunge il giardino delle Esperidi per uccidere la Gorgone Medusa, il cui sguardo ha il potere di impietrire chi lo guarda. Perseo riesce a decapitare Medusa guardandola riflessa in uno scudo lucente e finemente istoriato, che gli era stato donato da Atena. Dal collo reciso della Gorgone spunta fuori Pegaso, il cavallo alato.
Lo sguardo diretto di Medusa è mortale. L'orrore non può essere guardato in faccia, ma deve essere mediato da uno specchio che lo riflette. Questo mito ha sempre esercitato su di me un grande fascino. Ho sempre visto in quello scudo tutto il complesso di simboli che l'uomo ha elaborato nei secoli per interpretare la realtà, perché solo attraverso di essi riusciamo a guardarla senza impietrire dall'orrore.
Cos'è infatti un simbolo? Un simbolo è un segno concreto che evoca l’invisibile, cioè qualcosa che è al di là di se stesso. Sono i simboli che stabiliscono un rapporto tra mondo visibile e mondo invisibile, tra il mondo degli oggetti e il mondo dei significati. Esso può essere costituito da parole, immagini, suoni.
Poesia, Letteratura, Pittura, Scultura, Musica, Cinema, Fotografia, non sono altro che universi di simboli che fungono da specchio per guardare la crudezza del mondo, senza rimanere pietrificati da quella visione. Solo in questo modo riusciamo a reggerne lo sguardo, proprio come, nel rito di iniziazione al culto dionisiaco, il novizio poteva scorgere la terribile maschera del Sileno soltanto riflessa in uno specchio d'acqua.


sabato 16 dicembre 2017

La porta di un altro mondo

Maurits Cornelis Escher, Mano con sfera riflettente (Autoritratto allo specchio sferico), 1935.

L’autore di quest’opera del 1935 è l'olandese Maurits Cornelis Escher. Non è un surrealista, non ha mai aderito a nessun movimento artistico, la sua produzione ha sempre stentato ad essere riconosciuta come arte, eppure, come i surrealisti, anche lui è noto per le sue immagini impossibili, un'impossibilità che non risulta immediatamente, ma solo dopo che la percezione ha avviato il suo processo di interpretazione.
In questa litografia è raffigurata una sfera di vetro tenuta in mano da Escher, sulla quale si riflette la sua figura e tutto il resto della stanza in cui si trova. Il periodo di realizzazione di quest'opera coincide con un radicale cambiamento nella produzione artistica dell'autore, che passa dall'interesse naturalistico e figurativo a una meditazione matematica per immagini sullo spazio.

Lo specchio rotto di Mino Ceretti

Mino Ceretti, Uomo allo specchio rotto (1956)

Di un mondo in sfacelo parla anche la pittura di Mino Ceretti.
Abbiamo visto finora specchi infedeli che riflettono secondo leggi contrarie alla fisica, specchi che moltiplicano l'immagine all'infinito, specchi che la distorcono. Qui vediamo invece uno specchio rotto, che riflette un uomo a pezzi. Il ritratto, la storica rappresentazione del sé, si rifrange in una moltitudine di frammenti.
Anche nel quadro di Bacon l'immagine era a pezzi, ma qui c'è un elemento in più: è lo stesso specchio che è distrutto. Forse qui l'autore vuole andare oltre la rappresentazione della condizione esistenziale dell'uomo contemporaneo, che non riesce più a trovare un significato unitario di se stesso. Qui forse il pittore vuole dirci anche qualcosa a proposito della capacità della pittura, e dell'arte in genere, di riuscire a dare una rappresentazione più o meno unitaria e coerente della realtà umana.

I corpi deformati di Francis Bacon.

Come dichiarava lo stesso autore nelle interviste, l'obiettivo della attività artistica di Francis Bacon è quello di produrre veri e propri shock visivi. Le sue opere infatti rappresentano la condizione esistenziale dell'uomo moderno attraverso immagini deformate di persone e animali. Distorsioni che raccontano del tormento dell'uomo solo che lotta con se stesso.

Francis Bacon, Ritratto di George Dyer allo specchio, 1968, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza.

George Dyer, il soggetto di questo quadro, è stato a lungo il compagno dell’autore e morì suicida nel 1971, alla vigilia dell'inaugurazione della trionfale personale dell'artista al Grand Palais di Parigi. Qui Bacon lo ritrae davanti a uno specchio dall'incongruo colore azzurro cielo. E' vestito in giacca e cravatta, seduto su una sedia girevole, in una posizione disinvolta, la sigaretta accesa in una mano, con lo sguardo rivolto allo specchio. Una linea diagonale bianca taglia il corpo in due parti, delle quali la sinistra risulta deformata e sfocata, come sottoposta a delle pressioni che hanno schiacciato alcune parti e rigonfiato delle altre, spostando i volumi e creando un disarmonico sovrapporsi di masse. Anche il volto sembra essere stato sottoposto a una misteriosa forza centrifuga che ha limato i rilievi consueti del viso. Il riflesso nello specchio completa la lacerazione del corpo, mostrandoci il volto che nell'immagine riflettente è assente perché mutilato, un volto visto di profilo, lacerato in due come un foglio di carta. Qui non è lo specchio deformante, convesso o concavo, ad alterare e sformare il corpo. La deformazione è la condizione esistenziale dell'uomo e lo specchio non fa che rifletterne la devastazione.

Gli specchi deformanti di André Kertész


André Kertész, Distorsion n°40, Paris, 1933.

Il fotografo André Kertész, ungherese di nascita (Budapest, 1894), francese d'adozione, era considerato da Henry Cartier-Bresson il padre della fotografia contemporanea e da Brassai il proprio maestro. Se i suoi costanti mutamenti di stile, temi e linguaggio da un lato ci impediscono di collocare il suo lavoro in un ambito estetico esclusivo, dall’altro ne dimostrano lo sguardo poliedrico e la costante ricerca. La sua fotografia va dal lirismo umanista all'astrattismo costruttivista, dalle sperimentazioni surrealiste al fotogiornalismo e alla fotografia di strada, pur dichiarandosi sempre indipendente da quasiasi movimento artistico.