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lunedì 20 marzo 2017

Follia - Follia rituale e mondi alla rovescia

La tradizione, popolare e letteraria, che racconta di mondi alla rovescia, fa parte della cultura europea almeno a partire dalla Grecia classica, passando per il Medioevo fino all’età moderna. L’elemento di continuità attraverso i secoli è ben definito: il capovolgimento delle relazioni sociali e dei rapporti di classe, la rivincita del popolino e degli ultimi, la satira sui ceti dominanti. Appartengono a questa tradizione i miti del paese di Cuccagna, le fontane e le isole dell’Eterna Giovinezza, che sono tutti “mondi alla rovescia”; le feste dei folli e il carnevale, che sono invece “tempi alla rovescia”. Entrambe le tipologie accolgono i desideri e le angosce dell’uomo, i suoi sogni irrealizzabili nella realtà, le voglie di riscatto e di rivalsa.

Questi mondi all’incontrario si nutrono delle istituzioni religiose, politiche, letterarie e culturali del loro tempo, mentre al contempo le negano o le contrastano con il grimaldello paròdico costituito da una vera propria liturgia del rovesciamento e del ribaltamento. La loro natura, tuttavia, è tale da giustificarne le più disparate e contraddittorie letture: da quella che vede come asse costitutivo di quei mondi alla rovescia la trasgressione e una sotterranea ribellione allo status quo, a quella che, al contrario, ne valuta la portata di normalizzazione e di controllo sociale. Le feste in cui si collocano questi “rovesciamenti”, infatti, non sono mai un divertimento disordinato, bensì un tempo liturgico, che si serve di rituali formalizzati. Ma, se un mondo è compreso in una liturgia, si può davvero dire che sia un mondo all’incontrario? La ritualizzazione, infatti, non può fare altro che regolare e normalizzare.

Mummers from Oxford, Bodleian Library MS Bodley 264 - Pinterest


Follia - Il folle nel Medioevo

Salterio, lettera ‘O’ istoriata in cui è rappresentato un Folle con palla di cristallo e la “marotte”, il tipico bastone del giullare con un volto intagliato che riflette il folle stesso, XIII secolo.


Come ci ha dimostrato Michel Foucault, nel suo celebre La storia della follia in epoca classica (1963), la concezione moderna di “follia” nasce attorno al XV secolo. Nell’antichità e nel Medioevo la follia non ha un’esistenza autonoma e si confonde con le manifestazioni del sacro. La convivenza quotidiana con la dimensione magico-religiosa della realtà instaura un profondo legame tra follia e forze divine o demoniache. Nella mitologia greca, la furia delle menadi o quella che acceca eroi come Ercole o Aiace, è provocata da divinità.

Follia - La follia di Dioniso


Quello del connubio tra arte e follia è un tema complesso e coinvolge più piani di indagine. Innanzitutto bisognerebbe distinguere tra artisti più o meno folli, folli che si sono segnalati per la loro attività artistica e la follia fatta oggetto di opere d'arte. La tipologia che qui prenderemo in considerazione è la terza, cercando di indagare come la pazzia abbia trovato rappresentazione nel corso dei secoli.

LA CONCEZIONE DELLA FOLLIA PRESSO GLI ANTICHI GRECI

Parlando di “follia”, occorre innanzitutto partire dal fatto che, come la concezione di arte, anche quella di malattia mentale ha subito notevoli mutamenti nel corso del tempo, per cui ciò che oggi intendiamo con il termine “pazzia” non è certo riconducibile al significato che aveva nell’antichità, nel Medioevo e nei secoli successivi.

L'uomo e la natura - La natura mistica di Minor White


Minor White, Golden Gate Bridge, San Francisco, 1959.

“Una volta liberatosi dalla tirannide delle superfici e delle strutture, della sostanza e della forma, il fotografo potrà raggiungere la verità dei poeti”.

“Io fotografo le cose non come sono loro, ma come sono io”

Minor White è una figura chiave, oltre che protagonista leggendario, della fotografia del novecento. Laureatosi all’Università del Minnesota in letteratura inglese e botanica, proprio grazie a quest’ultima si avvicinò alla microfotografia, apprendendo così le basi della disciplina. A trent’anni iniziò la sua carriera di fotografo, poi interrotta per la guerra, dove servì nell'US Army Intelligence Corps. Sotto le armi scrisse tre cicli di poesie. Dopo la fine del conflitto si trasferì a New York per lavorare al MoMa e nello stesso periodo iniziò l’attività di insegnamento come assistente di Ansel Adams, per poi assumere la direzione del Dipartimento di fotografia al ritiro di quest’ultimo. La volontà di creare una didattica per la fotografia, affinché ad essa fosse riconosciuto lo stesso valore delle altre discipline artistiche, accompagnerà White per tutta la vita.

L'uomo e la natura - La natura sensuale di Edward Weston

Edward Weston, Two Shells, 1927.

“E allora credo che ci si debba avvicinare alla fotografia per altre vie, che si dovrebbe usare la macchina fotografica per registrare la vita, per rendere la vera sostanza e quintessenza della cosa stessa, sia essa ferro lucente o carne palpitante.”
Edward Weston, Daybooks vol. 1

Edward Weston comincia a fotografare giovanissimo. Nel 1911 apre il suo primo studio fotografico a Tropico, in California, realizzando soprattutto ritratti in stile pittorialista, uno stile seguìto da molti fotografi che, come ricordò lui stesso, “credevano che la fotografia fosse una nuova forma di pittura”. Nel 1922 visita l’acciaieria Armco a Middletown, Ohio, e scatta una serie di fotografie che cambiano radicalmente la sua carriera: abbandona lo stile pittorialista e inizia a sperimentare una fotografia più definita, concentrata sulle forme di oggetti e di elementi organici. Abbraccia così la «straight photography», la fotografia diretta, senza vezzi o interventi manieristici, che altri snobbavano perché la ritenevano solo un’operazione meccanica, non un’arte. Una fotografia dove il reale non viene più contraffatto da filtri e virtuosismi sofisticanti, ma catturato e riproposto nel suo massimo grado di veridicità. «La fotocamera deve servire a registrare la vita, a rendere la sostanza stessa e la quintessenza della cosa in sé. Sono profondamente convinto che l’unica via per accostarsi alla fotografia passi attraverso il realismo», scrive in un saggio che è la summa del suo programma.

L'uomo e la natura - Gli "Equivalenti" di Alfred Stieglitz

Alfred Stieglitz, Equivalent, 1930.

Alfred Stieglitz, il rinnovatore della fotografia americana, nell'estate del 1922 comincia a scattare fotografie di nuvole, puntando l'obiettivo verso il cielo per produrre immagini vertiginose e dalle forme eteree. In un articolo dell'anno successivo, Stieglitz scrive: «Ho voluto fotografare le nuvole per scoprire ciò che avevo appreso in quarant'anni di fotografia. Attraverso le nuvole volevo riportare sulla carta la mia filosofia della vita: mostrare che le mie fotografie non erano dovute al contenuto o ai soggetti, agli alberi, ai visi, agli interni, né a doni particolari: le nuvole sono lì per tutti... sono libere.» Nel corso degli otto anni successivi, Stieglitz realizza 350 studi di nuvole, in gran parte prodotte con la stampa a gelatina d'argento.

L'uomo e la natura - Aguirre, furore di Dio.

Aguirre, furore di Dio [Aguirre, der Zorn Gottes, Germania Ovest 1972] REGIA Werner Herzog.

Quale miglior modo per concludere il percorso sul rapporto tra uomo e natura di quello di parlare di Aguirre, furore di Dio? Questo film mi dà anche l'occasione per introdurre il nuovo (questa volta brevissimo) percorso, che sarà dedicato alla "follia".

Aguirre furore di Dio è la storia di una spedizione di conquistadores spagnoli nella foresta amazzonica, avvenuta verso la fine del 1560, alla ricerca della mitica città di Eldorado, e dell'ammutinamento condotto dal luogotenente Lope De Aguirre, interpretato da Klaus Kinski, che trascinerà nel suo delirio quaranta tra spagnoli e indios. Alla fine, l'unica zattera scampata alla furia delle acque viene trasportata dalla corrente lungo il fiume, mentre i superstiti gradualmente muoiono, per le frecce avvelenate o per la febbre. Nel finale Aguirre, ultimo sopravvissuto, su una zattera semidistrutta e invasa dall’acqua e dalle scimmie, continua il suo folle monologo, in cui dichiara di voler unirsi alla figlia (già morta) per dar vita a una stirpe pura e di iniziare da quella terra la conquista dell'intero continente. La narrazione si ispira a un fatto realmente accaduto, sebbene liberamente rielaborato.

lunedì 6 febbraio 2017

L'uomo e la natura - Il rapporto tra uomo e natura nelle opere di Edward Hopper

“Il mio scopo in pittura è sempre quello di usare la natura come mezzo, per cercare di fissare sulla tela le mie reazioni più intime di fronte al soggetto, così come mi appare quando lo amo di più: quando il mio interesse e il mio modo di vedere riescono a dare unità alle cose”.

La minaccia viene dal bosco

La pittura di Hopper investe in pieno il rapporto tra arte e natura, inteso sia come relazione con lo spazio naturale che ci circonda, sia come esperienza interiore. Scriveva infatti nel 1933: “Il mio ideale in pittura è sempre stato la trascrizione più esatta possibile delle impressioni più intime che mi suscita la natura”.
Che ruolo ha la natura nell’opera di Hopper? Spesso è presente come un fondale appena accennato, talvolta è una presenza oscura che sembra incombere sulle costruzioni o sugli esseri umani, come in attesa di aggredire, talaltra sembra sorpresa dall’insorgenza estranea di una casa o di una fattoria, altre volte segna un confine impenetrabile.

Edward Hopper, House at dusk, 1935, Virginia Museum of Fine Arts, Richmond.