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giovedì 31 agosto 2017

LE GEOMETRIE INTERIORI DI FRANCESCA WOODMAN


Corpo e spazio, presenza e assenza, identità e metamorfosi: sono questi i temi dell’opera fotografica di Francesca Woodman, un’artista dal grande talento visionario, che continua ad affascinare dopo oltre trent’anni dalla sua scomparsa. Nata nel 1958 a Denver, vissuta per lunghi periodi in Italia, muore suicida a New York a soli 23 anni, lanciandosi nel vuoto da un palazzo di New York.

Dal 5 settembre al 6 dicembre 2015, il Moderna Museet di Stoccolma ha allestito una grande retrospettiva dedicata all’artista statunitense, mettendo assieme oltre cento fotografie della sua collezione nella mostra “On Being An Angel”. Questo era anche il titolo di una serie di fotografie realizzate da Francesca Woodman a Providence, Rhode Island, nel 1977.


Francesca Woodman, On Being an Angel # 1, Providence, Rhode Island, 1977.

La sua è un’attività di continua sperimentazione, che tuttavia utilizza pochi elementi costitutivi: il proprio corpo, la geometria come riferimento spaziale e compositivo, vecchi edifici abbandonati e fatiscenti, con soffitti scrostati e mobili in rovina.
Soprattutto è il corpo, reso potente strumento espressivo, il vero protagonista della sua opera, quasi sempre il suo, ritratto mentre si relaziona con l’ambiente circostante, in una relazione io-mondo che si risolve spesso in una sorta di mimetizzazione, o meglio di assorbimento e assimilazione, del corpo con il luogo in cui è collocato, fino all’estremo di diventare evanescente e scomparire.

Francesca Woodman - Untitled_From-Angels-Series

Le sue composizioni, all’apparenza semplici, sono in realtà molto rigorose e la Woodman ha un talento naturale nel far uso dell’ambiente e delle architetture come contrappunto alla sua interiorità, come se fossero creature vive che fanno un tutt’uno con il suo corpo e permettono al suo universo intimo di esternarsi. Rispetto a ciò il nudo diventa un’esigenza necessaria e lo si capisce bene guardando le sue fotografie: avvertiamo quella nudità nello stesso modo in cui la percepiamo quando guardiamo le opere dei surrealisti (a cui peraltro la Woodman si richiamava esplicitamente), cioè come un qualcosa che rimanda ad altro, al di là delle implicazioni di natura erotica che generalmente attribuiamo alla nudità.

Francesca Woodman From Eel series, Venice, Italy, 1978

Gran parte delle sue foto sono realizzate in spazi chiusi, claustrofobici, vecchie case abbandonate. All’interno di esse, l’artista interagisce spesso con mobili e suppellettili: specchi, sedie, porte, carte da parati; ma quasi mai lo fa nella maniera che segue l’utilizzo tradizionale di questi oggetti. Nel caso dello specchio, ad esempio, si è abituati dall’iconografia del passato, soprattutto pittorica, a immagini di donne ritratte sedute (o in piedi) di fronte a una superficie riflettente, nell’atto di guardare la propria immagine in essa. Francesca realizza a Roma, nelle umide cantine di Palazzo Cenci, un progetto dal titolo Self-Deceit (Auto-Inganno), servendosi di uno specchio quadrangolare (o meglio di un grande frammento di esso). Altre foto con superfici riflettenti le realizza a Providence e a New York, ma in tutte queste l’artista  non si pone quasi mai di fronte ad esse, ma decostruisce la tradizionale relazione donna-specchio: a volte gli è di fronte, a volte vi si nasconde dietro, a volte è accovacciata o in piedi sopra di esso.

Francesca Woodman - Self Deceit 1

Che si ponga in relazione con se stessa attraverso lo specchio o che cerchi di confondersi con le pareti o i pavimenti, la sua collocazione è sempre una fusione di interiorità ed esteriorità, una ricerca delle sue “geometrie interiori”, come il titolo del progetto che aveva appena pubblicato, poco prima di fare il salto nel buio, dalla terrazza di un edificio di New York.

La seguente è la settima ed ultima foto del progetto Self Deceit. Dopo aver “giocato” in vari modi con lo specchio, in quest’ultima foto esso è messo definitivamente da parte, posato per terra e distanziato, ormai riconosciuto inutile nella funzione di rivelatore di un’identità cercata. Questa ricerca termina con la dissolvenza del corpo sulla parete, che diventa un’entità quasi ectoplasmatica, perfettamente mimetizzato tra le macchie di umido sul muro scrostato (la Woodman otteneva queste dissolvenze ricorrendo alle esposizioni lunghe). Lo spazio assimila il corpo e il corpo si lascia assorbire, vincendo le leggi della fisica che regolano la materia.

Francesca Woodman - Self Deceit 6

Quella della Woodman non è solo una fotografia che riprende una scena, ma la performa, la “mette in scena”. Qualcuno l’ha definita una sorta di teatro anatomico, costituito da spazi claustrofobici in cui il corpo è spesso scomposto o decomposto. Ciò che emerge è la travolgente forza del suo corpo giovane e nello stesso tempo la sua vulnerabilità, la sua fragilità e una latente sofferenza interiore, espresse con toccante poesia e impressionante maturità artistica.
Il corpo non viene mai idealizzato, anzi se ne riconosce il suo essere fatto di materia, esattamente come tutto ciò che lo circonda, un corpo tra i corpi; esso viene immerso nell’universo delle cose in relazione di comunione profonda, una relazione che significa anche penetrare nelle trasformazioni e nei mutamenti che la materia subisce, nel suo inesorabile e naturale deterioramento, proprio come gli edifici in rovina, intrisi di tempo passato e cosparsi di tracce di esistenze trascorse, che lei sceglie quale ambientazione del suo lavoro.

Francesca Woodman, Horizontale, Providence, Rhode Island, 1976

La coincidenza tra soggetto e oggetto, tra colei che fotografa e colei che è fotografata crea una sorta di cortocircuito, un conflitto tra chi nell’atto di rappresentare cerca di imporre uno schema precostituito e ordinato e chi invece, essendo l’oggetto rappresentato, cerca di sfuggire a ogni schema e di affermare la propria irregolare libertà. È una sorta di conflitto tra l’io e il proprio doppio, un doppio generato dallo specchio costituito non dalla superficie riflettente che compare spesso nelle foto della Woodman, ma dalla macchina fotografica stessa. È questo il solo specchio in cui ella riflette la sua immagine sfuggente, rimanendo intrappolata nella sua stessa rappresentazione.

Nelle foto della Woodman che hanno come teatro l’interno della casa, lo spazio domestico subisce una radicale decostruzione. Nella foto seguente la donna non è seduta sulla sedia, come in tante pitture d’interni, ma è sospesa alla cornice di una porta, quasi a voler rappresentare una scena di crocifissione. Il suo volto è nascosto, negandosi all’obiettivo, come nella maggior parte delle foto della Woodman.
Nelle sue composizioni, i luoghi della casa, spazio femminile per eccellenza, vengono disintegrati. I mobili sono sottratti alle loro quotidiane funzioni e asserviti all’espressione non di un ruolo sociale, quella della donna, ma di una condizione esistenziale. In questa foto, ad esempio, la porta e la sedia, come l’intero spazio della camera, sono spogliati della funzione tradizionale che rivestivano nelle rappresentazioni di interni domestici e sono “vissuti” come simboli e luoghi di disagio interiore.

Francesca Woodman - Rome 1977

La porta qui non è il dispositivo che apre o chiude la vista sugli altri ambienti della casa, ma l’impalcatura di una simbolica crocifissione o di una sospensione che cerca di sottrarre la materia alla forza di gravità, così come in altre foto l’artista cercava di sottrarla ad altre leggi della fisica, perseguendo l’evanescenza o la metamorfosi del corpo.
La sedia che qui vediamo in primo piano potrebbe alludere alle tante scene di pitture del passato (si pensi ai quadri di interni della tradizione fiamminga) ambientate all’interno di una casa, che mostrano una donna seduta, intenta a cucire o a svolgere una qualsiasi occupazione domestica. Nella foto è rimasta vuota (c’è solo un panno appoggiato, forse un’attività di cucito rabbiosamente abbandonata), a testimoniare un rovesciamento del campo semantico di riferimento.
Questa immagine ha la leggerezza di un angelo, sospeso tra cielo e terra, e la brutalità dissacratoria di un corpo di donna crocifisso, un corpo però la cui identità resta negata. Il risultato finale è un disorientamento dello sguardo che a malapena riesce a reggere una vista che così radicalmente mette in crisi ciò che è rappresentabile. Si è voluto dare alla mostra di Stoccolma il titolo “Come diventare un angelo”, forse con un sottinteso riferimento al suicidio dell’artista, ma se in queste foto l’angelo c’è, non è quello che si lancia da una finestra per cercare il volo, ma è un angelo dotato di un corpo tragico, fatto di materia che soggiace alla forza di gravità e subisce il logorio inesorabile del tempo.

L’immagine successiva fa parte di una serie di fotografie di Francesca Woodman che utilizzano gli ambienti di una casa in rovina e i suoi resti di infissi e arredamenti come oggetti di scena, realizzata a Providence nel 1976 e che rappresenta un viaggio di personale auto-esplorazione. L’artista ha attentamente bilanciato una porta in bilico tra la parete e il pavimento, attraverso la stanza, e ne ha fatto una sorta di paravento dietro cui il proprio corpo cerca di nascondersi, creando un senso inquietante di instabilità e di claustrofobia. L’accostamento è certamente surreale, perché, come la maggior parte delle foto della Woodman, l’immagine contraddice il senso comune e lo destruttura. Ancora una volta gli ambienti e gli oggetti della casa vengono “liberati” del significato e della funzione abituali e reinterpretati come elementi di scena all’interno di una personale rappresentazione del proprio io. Soggetto e messa in scena di questa fotografia creano uno shock estetico tipico del Surrealismo. La collocazione e l’accostamento spaziale “impropri” dei due elementi (porta e corpo) destabilizzano la relazione usuale che normalmente regola il funzionamento e la funzione di una porta, per farne strumento di nascondimento. Anche dietro una porta regolarmente incardinata ci si può nascondere, per non farsi trovare o per cogliere una situazione senza essere visti. Il celarsi del corpo dietro la porta in questa foto, invece, è qualcosa di più: è un volersi confondere con gli elementi della casa, la ricerca di un rapporto di intimità profonda con essi, di una “mimesi” radicale.

Francesca Woodman - Providence 1976

C’è una sorprendente coerenza nelle foto della Woodman in questa sua manipolazione del corpo, nel suo desiderio di mostrarne la consistenza materica come corpo tra i corpi e nello stesso tempo nella volontà di sottrarlo alle leggi che regolano la materia e nel volerlo rendere invisibile, evanescente, mimetizzato con l’ambiente. Il vissuto alla base di questa mimesi è la volontà di superare la opposizione corpo-spazio, una polarità che nelle foto della Woodman si risolve come tensione drammatica: lo spazio si fa corpo e il corpo si dissolve o si assorbe nello spazio, per ricreare un’unità ancestrale perduta.

Francesca Woodman From Space2, Providence, Rhode Island, 1976

Il filo conduttore delle fotografie è un’indagine introspettiva, e l’autoritratto è il mezzo con cui riprendere se stessa per cogliersi, per definire la propria identità, anche se quella identità si dà solo come dissolvenza, come negazione, nascondimento o mutilazione. Nella maggior parte delle sue fotografie, l’artista ritrae il suo corpo celandolo alla vista, in particolar modo il volto è nascosto dai capelli, dal taglio dell’inquadratura, dalla posa, da una sfocatura, dal movimento. La Woodman fotografa se stessa nell’atto del proprio “sfuggire” all’obiettivo. Si sottrae nel momento stesso in cui si rappresenta, coglie la propria identità come auto-negazione.
In questi autoritratti la coincidenza tra soggetto creatore e oggetto plasmato, tra colei che fotografa e colei che è fotografata crea una sorta di cortocircuito, una tensione psicologica tra chi nell’atto di rappresentare cerca di imporre uno schema precostituito e ordinato e chi invece, essendo l’oggetto rappresentato, cerca di nascondersi e di sfuggire a ogni schema e di affermare la propria libertà.

Francesca Woodman, House #4 1976.

Se nelle altre foto la morte rimaneva un’allusione, una metafora latente (de-formazione del corpo, evanescenza, assorbimento nell’ambiente, mimesi), nella foto seguente invece trova una rappresentazione compiuta e diretta. In questa foto Francesca Woodman mette in scena la propria morte (o comunque del personaggio, interpretato da lei stessa, che è il protagonista della maggior parte delle sue foto). Il proprio corpo giace riverso sulla sabbia in riva al mare, accanto a lei due galle (fiore che compare in altre sue foto, tradizionalmente simbolo di purezza). In piedi incombe un personaggio vestito di nero con il viso coperto da uno specchio che riflette il volto della Woodman stessa.
Chi è il personaggio vestito di nero? È la raffigurazione della morte? Se così fosse, perché ha per volto uno specchio in cui si riflette quello di colei a cui ha appena preso la vita?

Francesca Woodman - New York 1979

Alla luce dei tragici avvenimenti legati alla sua fine, è fin troppo facile dare dell’opera di Francesca Woodman una lettura tanatologica. Non lo faremo qui. L’opera di Francesca Woodman è molto più della sua vicenda esistenziale, è molto più della sua morte. Non si può non riconoscere la serietà e la grandezza delle sue ricerche estetiche e formali e la profondità della sua consapevolezza culturale e fotografica. Ella ha arricchito la fotografia tradizionale, soprattutto quella americana, che era oggettiva documentazione della realtà del quotidiano, con la complessità del suo mondo interiore, del suo sprofondamento interno, con la sua intima ricerca di identità.
Guardando però le sue foto, in cui la rappresentazione di se stessa continua fino alla fine, viene da pensare che quella interminabile ricerca di identità nello specchio della fotografia, a lungo andare è stata fatale. Negli anni la Francesca Woodman delle foto, quella che veniva “messa in scena”, aveva preso le sembianze di un doppio ingombrante, un altro sé che ha finito per fagocitare o assorbire (metaforicamente) l’originale.
Ma questa è solo una riflessione senza nessuna pretesa, di chi vuole dare un senso all’imponderabile, al mistero atroce e inaccessibile che sta dentro il suicidio di una ragazza di 23 anni.
Di sicuro possiamo solo affermare che queste foto sono anch’esse testimoni di un cambiamento epocale, caratterizzato dall’uscita di scena degli anni della contestazione con le sue spinte al rinnovamento, dalla crisi degli ideali libertari e dissidenti della generazione precedente e l’emergere di inquietudini nuove, intimi malesseri legati al disagio dell’individuo, al suo problematico rapporto con la propria identità e col mondo in cui è immerso.








Chiudiamo questo articolo con le parole di Francesca Woodman, che forse meglio di tutte ci danno una chiave per addentrarci nel mistero della sua arte e della sua vicenda personale: «ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate».

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